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kuh

Al capolinea del circuito veloce a levitazione magnetica il segnale: neuropoli. Grande madre impazzita. Utero inghiottitore di rospi. Rapide immagini rotolanti. Quela mano assassina che ripete il suo gesto con la fredda indifferenza di una punzonatrice. Warhol. Warrios. Abas Abele stramazza tra pecore cibernetiche indifferenti. Folla silenziosa nel suo flusso ordinato che si biforca per far spazio all’evento. Abas cade sulle lamiere heavy metal del vagoncino. Facce meccaniche salgono e scendono a tutte le fermate. Abas cade abbattuto tra banconi stracolmi di merce di grandi magazzini. Volti su cui non é stato programmato il sorriso replicano in silenzio il loro sorriso. Acquistando merce. Merce. Il sangue non stimola emozioni. Caino detto Kuh non fugge. Non fugge. Attende. Attende cronisti e operatori TV. E poi dichiara: mi chiamo Kuh ovvero proprietà ed affermando il mio potere su Abas ho inaugurato una nuova era. Molte foto per Kuh, che ad un certo punto si sente domandare: – Quel morto era proprio necessario? C’é agitazione nella stampa. Occhi si cercano senza emozione. Anche Kuh tende i suoi circuiti elettronici mentre risponde: non si fonda una città senza uccisione! Poi si fanno avanti due giovani senza-tratti-particolari. Lei fulminea impugna una 38 special. Gesti efficaci levigati calcolati. Si odono spari. Ancora spari in rapida sequenza. Cade Kuh, il volto contratto e disfatto e l’oscenità del suo corpo esplode nell’improvviso silenzio della morte. Rumori di contesto. Ogni blu precipita nel viola. Agitazione. Tutto é ripreso dalle telecamere, filmato, multifotografato. Occhi attenti di reporter fissano il non detto dell’attacco guerrigliero. Evento e media-evento ingaggiano guerre di senso. Non fuggono i due. Non si sottraggono ai flash né alle prevedibili domande. Mi chiamo Wkhy – dice lui – ed era necessario: non si abbatte la proprietà senza violenza. Il mio nome é Wkhy – dice lei – ed era necessario: perché da ogni buco che squarcia il cuore di Kuh nasce un nuovo mondo.

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pasti nudi

Il metodo dev’essere purissima carne
e non condimento simbolico,
visioni reali & prigioni reali
come si vedono di quando in quando.
Prigioni e visioni presentate
con rare descrizioni
corrispondenze esatte a quelle
di Alcatraz e Rosa.
Un pranzo nudo è naturale per noi,
noi mangiamo sandwiches di realtà
ma le allegorie sono tali lattughe.
Non nascondete la follia.
A. Ginsberg, 1954

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Per i ragazzi c’è un sacco di roba da studiare.
S’insegna la grammatica a scemi d’ambo i sessi.
A me invece
m’hanno scacciato dalla quinta classe.
M’importa assai della nostalgia per il bosco di Boulogne,
e dei sospiri davanti ai panorami marini!
Io, ecco,
m’innamorai
dallo spioncino della cella 103,
di fronte all'”Impresa pompe funebri”.
Chi vede tutti i giorni il sole
dice con sufficienza:
“Cosa saranno mai quei quattro raggi”!
Ma io
per un giallo illuminello
sopra un muro
avrei dato allora qualunque cosa al mo nno cominciato a sbattermi nelle prigioni di Mosca.
Nel vostro
piccolo mondo
di appartamenti
crescono ricciute liriche per le camere da letto.
Che vuoi trovarci in queste liriche da cani pechinesi?
A me, per esempio,
ad amare
l’hanno insegnato
nelle carceri di ndo. — Vladimir Majakovskij

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Nella colonia penale

“E’ una macchina veramente curiosa”, disse l’ufficiale all’esploratore, abbracciando con uno sguardo quasi ammirato la macchina che pure conosceva bene. L’esploratore aveva accettato solo per cortesia l’invito del comandante ad assistere all’esecuzione di un soldato, condannato per indisciplina e oltraggio a un superiore. L’interesse per l’esecuzione non era eccessivo neppure nella colonia penale. Nella valletta profonda e sabbiosa, isolata da ogni parte da brulli pendii scoscesi, oltre all’ufficiale e al viaggiatore si vedeva il condannato, un uomo dall’aria ottusa e dalla bocca larga, spettinato, con la barba incolta; accanto a lui, un soldato teneva la pesante catena, sulla quale si saldavano una rete di catenelle che stringevano le caviglie, i polsi e il collo del condannato. Questi sembrava così bestialmente rassegnato, da poter essere lasciato libero di correre lungo i pendii, bastando solo chiamarlo con un fischio perché tornasse, al momento dell’esecuzione. L’esploratore non si interessava molto alla macchina e, senza curarsi di nascondere la sua indifferenza, camminava su e in giù dietro al condannato, mentre l’ufficiale compiva gli ultimi preparativi, ora infilandosi sotto l’apparecchio, profondamente piantato nel suolo, ora salendo su una scala a pioli per esaminare le parti superiori. Erano lavori che, forse, si sarebbero potuti lasciare a un meccanico: ma l’ufficiale li eseguiva con grande zelo, sia perché era un appassionato di quella macchina, sia perché non era possibile affidare quel compito ad altri. “Ora è tutto pronto!” esclamò infine, e scese dalla scala. Era spossato, respirava a bocca spalancata e si era ficcati due fazzolettoni da donna tra la nuca e il colletto. “Queste uniformi sono troppo pesanti per i tropici”, disse l’esploratore invece di chiedere informazioni, come l’ufficiale si aspettava, sulla macchina. “Eh già”, disse l’ufficiale lavandosi le mani sporche d’olio e di grasso in un secchio d’acqua già pronto, “ma significano la patria, e noi non vogliamo dimenticarcene. Ma guardi la macchina”, aggiunse con un cenno, mentre si asciugava le mani. “Prima funzionava a mano, ora fa il suo lavoro da sola”. L’esploratore assentì, e accolse all’invito dell’ufficiale. Per premunirsi contro ogni possibile incidente, questi disse: “Naturalmente, possono capitare dei guasti: mi auguro che oggi non avvengano, ma non si sa mai. La macchina deve restare in moto per dodici ore consecutive. Se capita qualche guasto, si tratta, in genere, di roba da poco, a cui si rimedia presto”. “Non si vuole sedere?” chiese poi, porgendo all’esploratore una sedia di vimini tirata fuori da una catasta. L’esploratore non poté rifiutarsi, e si trovò a sedere sull’orlo di una fossa, nella quale gettò un’occhiata. Non era molto profonda. Da un lato era stata ammucchiata la terra scavata, dall’altro c’era la macchina. “Non so se il comandante”, disse l’ufficiale, “le ha spiegato come funziona l’apparecchio”. Il viaggiatore, per risposta, abbozzò un gesto con la mano: l’ufficiale non chiedeva di meglio, così poteva fornire lui le spiegazioni. “Questa macchina”, disse afferrando una manovella e appoggiandovisi sopra, “è un’invenzione del nostro vecchio comandante. Io ho collaborato ai primi esperimenti e poi presi parte a tutti i lavori, fino alla fine. Il merito dell’invenzione, però, spetta solo a lui. Ha sentito parlare del vecchio comandante? No? Ebbene, non credo di esagerare, affermando che l’organizzazione di tutta la colonia penale è opera sua. Noi, i suoi amici, cui è nota la complessa organizzazione della colonia, ci rendemmo conto, alla sua morte, che il successore, anche con mille nuovi piani in testa, per parecchi anni non avrebbe potuto cambiare nulla di ciò che era stato fatto. Le nostre previsioni si sono avverate: il nuovo comandante ha dovuto riconoscerlo. Peccato che lei non abbia conosciuto il vecchio comandante! Ma io chiacchiero”, s’interruppe, “quando la sua macchina ci sta davanti. E’ formata, come vede, da tre parti. Per ogni parte, con il passare del tempo, sono stati coniati nomi, per così dire, popolari. La parte inferiore si chiama il letto, quella superiore è il disegnatore, e quella sospesa in mezzo, l’erpice”. “L’erpice?” chiese l’esploratore. Non aveva ascoltato con troppa attenzione; il sole batteva violento su quella valle senz’ombra, e era difficile raccogliere le idee. Tanto più ammirevole gli sembrava l’ufficiale che, nell’attillata giubba da parata, carica di spalline e di cordoni, dava con tanto zelo le sue spiegazioni, pur badando a stringere questa o quella vite. Il soldato sembrava trovarsi nelle stesse condizioni dell’esploratore. Dopo essersi avvolto ai polsi la catena del condannato, si era appoggiato al suo fucile e, a testa bassa, non sembrava curarsi di nulla. L’esploratore non se ne stupì, l’ufficiale parlava in francese e il francese non era capito né dal condannato né dal suo guardiano. Strano, invece, era vedere come il condannato si sforzasse di seguire le spiegazioni dell’ufficiale. Con una specie di assonnata tenacia, continuava a guardare verso il punto indicato dall’ufficiale, e quando questi era interrotto da una domanda dell’esploratore,anchelui rivolgeva il suo sguardo sull’esploratore. “Sì, l’erpice”, disse l’ufficiale, “il nome è appropriato. Gli aghi sono disposti come quelli di un erpice e l’insieme funziona come un erpice, anche se da fermo e con molto di più a regola d’arte. Se ne renderà subito conto. Il condannato viene disteso qui, sul letto… Mi interrompo, per precisare che prima descriverò la macchina, poi procederò alla sua messa in opera, così potrà seguire meglio. Nel disegnatore, poi, una ruota dentata, ormai vecchia, fa un tale rumore, quand’è in moto, da coprire le voci. Purtroppo i pezzi di ricambio, qui, è difficile procurarseli. Dicevo, dunque, che questo è il letto. E’ completamente ricoperto da uno strato di ovatta, e la ragione la vedremo in seguito. Su questa ovatta viene disteso, nudo, il condannato; queste cinghie sono per tenerlo fermo, per le mani, per i piedi, per il collo. A questa estremità del letto, su cui l’uomo giace con la faccia in giù, c’è un piccolo tampone di feltro, facilmente regolabile, in modo che penetri di misura nella bocca del condannato. Serve a impedire che quello urli e si mozzi la lingua con i denti. L’uomo è costretto a prendere il tampone in bocca, altrimenti le cinghie del collo gli spezzano le vertebre cervicali”. “Questa è ovatta?” chiese l’esploratore, sporgendosi. “Sì”, rispose con un sorriso l’ufficiale, “provi a toccare”. Prese la mano del viaggiatore e la posò sul letto. “E’ un’ovatta preparata in modo speciale; parlerò dopo del suo scopo”. L’esploratore aveva cominciato a interessarsi alla macchina; facendosi ombra con la mano per proteggere gli occhi dal sole, guardò quanto era alta. Era un grande apparecchio. Il letto e il disegnatore avevano le stesse dimensioni, e sembravano due cofani dipinti di scuro. Il disegnatore era fissato due metri circa sopra il letto, e i due elementi erano collegati fra loro agli angoli da quattro sbarre di ottone, che sotto il sole lampeggiavano. Tra i due cofani, sostenuto da un nastro d’acciaio, oscillava l’erpice. Se l’ufficiale prima non aveva fatto caso all’indifferenza dell’esploratore, ora si accorse del suo interesse crescente. Affinché l’esploratore avesse tempo di guardare ogni cosa, interruppe quindi le sue spiegazioni. Il condannato imitava l’esploratore, strizzando gli occhi poiché non poteva farsi ombra con la mano. “L’uomo, dunque, è disteso lì”, disse l’esploratore ributtandosi indietro e accavallando le gambe. “Sì”, disse l’ufficiale spostando un po’ il suo berretto verso la nuca e passandosi la mano sul viso accaldato. “Ora ascolti bene. Letto e disegnatore sono provvisti di batterie elettriche autonome: il letto ne ha bisogno per sé, il disegnatore per l’erpice. Quando l’uomo è ben legato, il letto viene messo in movimento. Esso vibra rapidamente in senso ondulatorio e sussultorio. Avrà visto apparecchi simili nelle cliniche: ma nel nostro letto tutti i movimenti sono esattamente calcolati, perché si devono svolgere in perfetta sincronia con i movimenti dell’erpice. All’erpice, in ogni modo, è riservata la vera e propria esecuzione della condanna”. “Ma cosa dice la condanna?” chiese l’esploratore. “Ma come, non sa nemmeno questo?” disse stupito l’ufficiale, mordendosi le labbra. “Mi scusi, se le mie spiegazioni possono sembrarle disordinate: le chiedo mille volte scusa. Prima era il comandante a spiegare tutto, ma il suo successore si è sottratto a questo compito onorifico. Che però non abbia informato un visitatore tanto illustre” – l’esploratore fece un gesto con le mani per respingere l’omaggio, ma l’ufficiale insisté – “un visitatore tanto illustre nemmeno sulla formula della nostra sentenza, ecco un’altra novità che…” E qui stava per uscirsene in un’imprecazione, ma si contenne e disse: “Nessuno mi ha detto nulla, quindi nulla mi si può rimproverare. Io sono particolarmente autorizzato a spiegare le modalità delle nostre sentenze, perché ho qui”, e si batté sulla tasca del petto, “i disegni di mano del vecchio comandante”. “Disegni dello stesso comandante?” chiese il viaggiatore. “Aveva dunque tante qualità? Soldato, giudice, costruttore, chimico e disegnatore?” “Proprio così”, disse l’ufficiale assentendo, lo sguardo fisso e pensoso. Esaminate le sue mani e visto che non erano abbastanza pulite per toccare i disegni, si avvicinò di nuovo al secchio e le lavò ancora. Poi estrasse una piccola busta di pelle e disse: “La nostra condanna non è severa. Al condannato viene scritto sul corpo il comandamento che ha trasgredito. A questo condannato, per esempio”, e l’ufficiale indicò l’uomo, “verrà scritto sul corpo: ‘Onora il tuo superiore'” L’esploratore diede un’occhiata all’uomo. Quando l’ufficiale accennò a lui, quello, a testa china, sembrò tendere tutte le forze del suo udito per capire qualche cosa: ma i movimenti della sua bocca imbronciata mostrarono chiaramente che non ci riusciva. L’esploratore, pur volendo chiedere diverse cose, in presenza dell’uomo, si limitò a domandare: “Conosce la sua condanna?” “No”, disse l’ufficiale; e si accingeva a riprendere le sue spiegazioni, quando l’esploratore lo interruppe: “Non conosce la sua condanna?” “No”, disse ancora l’ufficiale. Aspettò un momento, come se aspettasse dal viaggiatore una motivazione più circostanziata della domanda, poi aggiunse: “Inutile comunicargliela, la conoscerà sul suo stesso corpo”. L’esploratore sarebbe rimasto zitto, ma lo sguardo del condannato, fisso su di lui, sembrò chiedere se approvava quello che aveva sentito. L’esploratore, che già si era appoggiato allo schienale della sedia, si piegò di nuovo in avanti, e chiese: “Ma saprà almeno che è stato condannato!” “Neppure questo”, disse l’ufficiale con un sorriso, come se si aspettasse dall’esploratore altre curiose uscite. “No!” disse il viaggiatore, passandosi la mano sulla fronte. “Dunque l’uomo non sa neppure com’è stata accolta la sua difesa?” “Non ha avuto nessuna possibilità di difendersi”, disse l’ufficiale guardando da una parte, come se parlasse a se stesso e non volesse umiliare l’esploratore raccontando cose tanto ovvie. “Ma dovrà pur aver avuto modo di difendersi”, disse l’esploratore alzandosi dalla sedia. L’ufficiale si rese conto che rischiava di rimandare a chissà quando la spiegazione del funzionamento della macchina. Si avvicinò perciò all’esploratore, lo prese sotto braccio e, accennando al condannato, irrigidito sull’attenti sia perché l’attenzione era puntata su di lui in modo così palese, sia perché il soldato aveva pensato di dare uno strappo alla catena, disse: “La cosa sta così. Nella colonia penale, nonostante la mia giovane età, svolgo le funzioni di giudice, perché ho sempre collaborato col vecchio comandante in tutte le questioni disciplinari, e conosco la macchina meglio di ogni altro. Il principio secondo il quale io giudico, è questo: la colpevolezza è sempre indubbia. Altri tribunali non possono seguire a questo principio, perché sono composti da diverse persone, e sono sottoposti a istanze superiori. Ciò non avviene qui o almeno non avveniva quando c’era il vecchio comandante. Quello nuovo ha provato a intervenire nella mia attività di giudice, ma finora sono riuscito a tenerlo lontano, e spero di riuscirci anche in seguito. Quanto al caso di oggi, è sempre come gli altri. Un capitano, stamattina, ha denunciato che quest’uomo, assegnatogli come attendente e che dorme davanti alla sua porta, ha dormito durante le ore di servizio. Il suo obbligo è, infatti, quello di alzarsi ad ogni battere d’ora e di salutare davanti alla porta del capitano. Obbligo non pesante e d’altra parte necessario, al fine di rimanere sveglio per la guardia e per il servizio. Stanotte il capitano ha voluto controllare se l’attendente faceva il suo dovere: alle due in punto ha aperto la porta e lo ha trovato che dormiva, tutto rannicchiato su se stesso. Prese dunque la sua frusta e lo colpì al viso. Invece di alzarsi e di chiedere perdono, l’uomo afferrò il suo padrone per le gambe, lo scosse e gridò: ‘Butta via quella frusta o ti mangio!’ Questi i fatti. Il capitano, un’ora fa, è venuto da me, io ho messo per iscritto le sue dichiarazioni e subito ho steso la sentenza. Poi ho fatto incatenare l’uomo. Tutto molto semplice. Se l’avessi fatto chiamare e l’avessi interrogato, ne sarebbe nata una gran confusione: avrebbe mentito, se mi fosse riuscito di provare le sue bugie ne avrebbe tirate fuori di altre e così via. Invece ora lo tengo e non me lo lascio scappare più. Tutto chiaro, adesso? Ma il tempo passa, l’esecuzione sarebbe già dovuta essere cominciata, e non ho ancora finito di spiegare il funzionamento della macchina”. Costrinse l’esploratore a sedere, si avvicinò alla macchina e riprese: “Come vede, l’erpice ha una sagoma umana: questa è la parte per il tronco, questa per le gambe. Per la testa c’è soltanto questo piccolo punteruolo. Tutto chiaro?” E si chinò cortesemente verso il’esploratore, pronto a fornire le descrizioni più circostanziate. L’esploratore guardò l’erpice, con la fronte aggrottata. I ragguagli sulla procedura non lo avevano soddisfatto. Doveva, tuttavia, riconoscere che si trattava di una colonia penale, che erano necessarie speciali misure, che bisognava procedere in tutto con rigidezza militare. Sperava, inoltre, nel nuovo comandante, che aveva intenzione di introdurre, anche se lentamente, un nuovo procedimento che non riusciva a entrare nellatesta dell’ufficiale. Seguendo questi pensieri, l’esploratore chiese: “Il comandante assisterà all’esecuzione?” “Non è certo”, disse l’ufficiale, contrariato dalla domanda brusca, mentre gli spariva dal viso l’espressione cortese: “per questo dobbiamo fare in fretta. Purtroppo, sono costretto ad abbreviare le mie spiegazioni. Ma domani quando l’apparecchio sarà ripulito – già, è un suo difetto quello di sporcarsi tanto – potrò darle altri particolari. Ora, mi limiterò solo l’indispensabile. Dunque, quando l’uomo è disteso sul letto e questo è in movimento, si abbassa l’erpice. Esso scende da solo fino a sfiorare il corpo con le punte: raggiunta la posizione voluta, il cavo d’acciaio assume la rigidezza di una sbarra. A questo punto, comincia il gioco. Un profano non nota differenza tra una e l’altra. L’erpice sembra lavorare sempre allo stesso modo: immerge, vibrando, le sue punte nel corpo, che vibra, a sua volta, sul letto. Per consentire a tutti di accertarsi dell’esecuzione della condanna, l’erpice è stato fatto di vetro. La messa in opera degli aghi ha comportato alcune difficoltà tecniche, ma dopo qualche prova ci siamo riusciti. Non ci siamo arresi di fronte a nessuna difficoltà. Attraverso il vetro, oggi, tutti possono vedere come l’iscrizione viene eseguita sul corpo. Non vuole avvicinarsi per vedere gli aghi?” L’esploratore si alzò lentamente, avanzò e si piegò sull’erpice. “Vede”, disse l’ufficiale, “ci sono due tipi di aghi, disposti in modo diverso: quello lungo è accoppiato a quello corto. L’ago lungo scrive, quello corto sprizza acqua per eliminare il sangue e mantenere chiara l’iscrizione. L’acqua sporca confluisce in canaletti, per finire in questo condotto e quindi nella fossa”. Con il dito teso, l’ufficiale fece un’esatta descrizione del percorso che l’acqua doveva seguire. Quando, per dare al movimento la massima evidenza, afferrò a due mani l’estremità del tubo di scarico, l’esploratore alzò la testa e iniziò a indietreggiare verso la sedia, annaspando, con una mano, dietro la schiena. Con orrore si accorse che il condannato aveva seguito a sua volta, l’invito dell’ufficiale a esaminare da vicino il funzionamento dell’erpice. Aveva tirato per la catena il soldato intontito, e si era piegato anche lui sul il vetro. Con aria perplessa, fissava quello che i due signori avevano esaminato, ma inutilmente, perché non aveva avuto spiegazioni. Si chinava da una parte e dall’altra, senza staccare gli occhi dal cristallo. L’esploratore fu tentato di tirarlo indietro, perché si comportava certo in modo non consentito. Ma l’ufficiale lo trattenne con una mano, con l’altra afferrò una zolla di terra dal tumulo vicino e la scagliò contro il soldato. Questi spalancò gli occhi, vide quello che il condannato si era permesso di fare, lasciò cadere il fucile, piantò i tacchi nella sabbia e diede un tale strappo alla catena, che il condannato crollò a terra; rimanendo poi a guardarlo, mentre si agitava tra un tintinnio d’acciaio. “Rialzalo!” gridò l’ufficiale, che si era accorto che il condannato attirava troppo l’attenzione dell’esploratore. Questi stava chinato sopra l’erpice, solo per vedere ciò che accadeva al condannato. “Trattalo con riguardo!” gridò ancora l’ufficiale. Quindi girò di corsa intorno alla macchina, afferrò il condannato sotto le ascelle e, con l’aiuto del soldato, dopo non pochi tentativi, riuscì a rimetterlo in piedi. “Ora so tutto”, disse l’esploratore quando l’ufficiale fu tornato da lui. “Tutto, meno l’essenziale”, disse quello, prendendo il viaggiatore per un braccio e indicando qualcosa in alto. “Nel disegnatore c’è il meccanismo che mette in movimento l’erpice, e questo meccanismo viene regolato secondo il disegno stabilito dalla sentenza. Io uso ancora i disegni del vecchio comandante. Eccoli”, disse, tirando fuori alcuni fogli dalla busta di pelle. “Non oso farglieli nemmeno toccare, sono la cosa più preziosa che possiedo. Si sieda, glieli mostro da qui, potrà vederli ugualmente”. Di fronte al primo foglio, il viaggiatore avrebbe voluto dire qualche parola di complimento: ma vide solo un ammasso di linee che si incrociavano in ogni senso, così fitte che il fondo bianco quasi non si distingueva più. “Legga”, disse l’ufficiale. “Non ci riesco”, disse l’esploratore. “E’ molto ben fatto”, disse l’esploratore, evasivo, “ma non sono in grado di decifrare nulla”. “Eh sì”, fece l’ufficiale, riponendo di nuovo la busta, “non si tratta di un modello di calligrafia per scolaretti. Bisogna studiarlo parecchio. Anche lei, alla fine, ci riuscirebbe. Naturalmente, non possono essere lettere semplici, perché non devono uccidere subito, ma nello spazio di dodici ore circa: il punto culminante, viene calcolato per la sesta ora. Ogni lettera deve essere circondata da una quantità di arabeschi: le lettere disegnano come una fascia sottile intorno al corpo, il resto è destinato agli arabeschi. E’ in grado, ora, di apprezzare il lavoro dell’erpice e di tutta la macchina? Stia attento!” Saltò sulla scala, girò un volante, gridò: “Attenzione, si sposti!” – e tutto si mise in movimento. Non ci fosse stato lo stridio della ruota, sarebbe stato splendido. Come sorpreso da quella ruota molesta, l’ufficiale la minacciò con un pugno, allargò le braccia verso l’esploratore in atto di scusa, e scese in fretta, per sorvegliare i movimenti dal basso. Qualcosa, visibile solo a lui, non andava. Si arrampicò di nuovo in alto, ficcò tutte e due le mani all’interno del disegnatore, e per fare più in fretta a scendere, invece di servirsi della scala, si lasciò scivolare lungo una delle sbarre e infine urlò, con tutte le sue forze, nell’orecchio dell’esploratore, per farsi sentire: “Capisce il funzionamento? L’erpice comincia a scrivere; compiuto il primo tratto d’iscrizione sul dorso, lo strato di ovatta scorre e gira adagio il corpo sul fianco, per offrire nuovo spazio all’erpice. Intanto le parti trafitte posano sull’ovatta, la quale, grazie a una preparazione speciale, blocca subito l’emorragia, rendendo possibile una nuova e più profonda incisione. Questi denti, lungo l’orlo dell’erpice, strappano l’ovatta dalle ferite quando il corpo viene girato una seconda volta, e la gettano nella fossa, in modo da consentire all’erpice nuovo lavoro. Le lettere vengono incise sempre più profondamente nel corso di dodici ore. Durante le prime sei il condannato vive, più o meno, come prima, pur soffrendo, si capisce. Dopo due ore, il tampone viene rimosso, perché l’uomo non ha più la forza di gridare. Dentro questa ciotola riscaldata elettricamente si versa una pappa di riso calda, che l’uomo può arrivare a sfiorare con la lingua. Nessuno rinuncia a questa possibilità: nessuno, almeno, che io sappia, e la mia esperienza è ampia. Dopo circa sei ore, il condannato non è più attratto dal cibo. Di solito, mi inginocchio lì davanti e studio il fenomeno. Quasi mai l’uomo ingoia l’ultimo boccone, per lo più lo rigira in bocca, e poi lo sputa nella fossa. Devo piegarmi, altrimenti mi arriva in faccia. Come diventa silenzioso, l’uomo, dopo sei ore! Anche ai più ottusi si schiude l’intelligenza. Comincia dagli occhi, e da lì si irradia. E’ una vista che mi fa venire voglia di mettermi sotto l’erpice. Dopo non succede più niente, l’uomo comincia a decifrare l’iscrizione, stringe le labbra e le sporge, come se fosse in ascolto. Non è facile, lei l’ha visto, decifrare l’iscrizione con gli occhi; ma il nostro uomo la decifra con le sue ferite. Non è un lavoro da poco: per finirlo, gli ci vogliono sei ore. Alla fine, l’erpice lo trafigge da parte a parte e lo scaraventa nella fossa, dove piomba nell’acqua insanguinata e nell’ovatta. Allora la giustizia ha esaurito il suo compito e noi, io e il soldato, lo seppelliamo”. L’esploratore tendeva un orecchio verso l’ufficiale e, con le mani in tasca, seguiva il lavoro della macchina. Anche il condannato guardava, ma senza capire. Piegato in avanti, era intento a seguire le vibrazioni degli aghi, quando il soldato, a un cenno dell’ufficiale, con un colpo di coltello gli spaccò camicia e calzoni sul dorso, facendoli cadere a terra: quello provò a raccogliere le vesti cadute e riparare così la sua nudità, ma il soldato lo sollevò dal suolo e gli sfilò di sotto i piedi gli ultimi brandelli. L’ufficiale arrestò la macchina e nel silenzio sopraggiunto l’uomo fu adagiato sotto l’erpice. Al posto delle catene, vennero fissate le cinghie; il condannato sembrò quasi sollevato. L’erpice si abbassò ancora, perché l’uomo era magro; quando le punte lo sfiorarono, si vide la sua pelle rabbrividire. Mentre il soldato gli legava la mano destra, allungò la sinistra, senza rendersene conto, in direzione dell’esploratore. L’ufficiale non abbandonava più l’ospite con lo sguardo, come se cercasse di leggergli in viso l’impressione prodotta dall’esecuzione sommariamente descritta. La cinghia destinata al polso si strappò: il soldato doveva averla tirata troppo. Il soldato alzò il pezzo strappato, per far capire che era necessario l’intervento del suo superiore. Ma l’ufficiale si era già mosso e, con il viso rivolto all’esploratore disse: “La macchina è molto complicata, ogni tanto qualche parte si strappa o si spezza; ma questo non può influire sul giudizio complessivo. La cinghia è presto sostituita, userò una catena, pur sapendo che questo pregiudica la leggerezza delle vibrazioni al braccio destro”. Mentre sistemava la catena, disse ancora: “I mezzi per la manutenzione dell’apparecchio sono ora molto limitati. Al tempo del vecchio comandante, disponevo liberamente di fondi destinati a quest’unico scopo. C’era un magazzino in cui si conservavamo tutti i possibili pezzi di ricambio. Confesso che quasi ne facevo spreco, intendo dire prima, non adesso, come pretende il nuovo comandante, che si serve di ogni pretesto per combattere le vecchie istituzioni. Ora amministra lui il fondo destinato alla macchina, e quando mando a chiedere una nuova cinghia, si pretende quella strappata come prova, la nuova arriva solo dopo dieci giorni, è di cattiva qualità e non serve molto. Come posso fare a mandare avanti, nel frattempo, la macchina senza cinghie, è cosa che non interessa a nessuno”. L’esploratore pensava: è sempre pericoloso mischiarsi nelle faccende degli altri. Lui non era un cittadino né della colonia penale né dello stato al quale questa apparteneva. Se avesse voluto condannare o addirittura impedire l’esecuzione, avrebbero potuto dirgli: sei uno straniero, stai zitto. Lui non avrebbe avuto niente da replicare, al massimo avrebbe potuto dire che non capiva come gli era successo, perché viaggiava per vedere il mondo e non per trasformare le procedure giudiziarie nei vari paesi. In quel caso, però, la tentazione era grande: l’illegalità del procedimento e l’inumanità dell’esecuzione erano indiscutibili. Nessuno poteva supporre un interesse nell’intervento del viaggiatore: non conosceva il condannato, che non era uomo da attirare la pietà in modo particolare, non era neppure un suo connazionale. Il viaggiatore aveva poi illustri raccomandazioni, era stato accolto con grande cortesia e forse era stato invitato a quell’esecuzione perché ci si aspettava un suo giudizio: il comandante, a quanto aveva sentito, non era un entusiasta di quel procedimento, e nei confronti dell’ufficiale si comportava in modo quasi ostile. A questo punto, il viaggiatore sentì un urlo di rabbia. L’ufficiale aveva appena introdotto, non senza fatica, il tampone di feltro nella bocca del condannato, quando questi chiuse gli occhi e, preso da una nausea irresistibile, vomitò. L’ufficiale si affrettò ad alzargli la testa dal tampone e girarla verso la fossa: troppo tardi, il vomito già colava lungo la macchina. “Tutta colpa del comandante!” gridò l’ufficiale, scuotendo frenetico le sbarre d’ottone. “Mi riducono l’apparecchio come una stalla!” E con le mani tremanti mostrò al viaggiatore quello che era successo. “Ho impiegato ore per far capire al comandante che il condannato, alla vigilia dell’esecuzione, non deve ingerire nessun cibo. Ma la nuova corrente dei mollaccioni è di un altro parere. Le signore del comandante rimpinzano il condannato di dolciumi prima che sia portato via. Uno che per tutta la vita si è nutrito di pesce marcio, deve mangiare i dolciumi! Ma lasciamo perdere, non è questo che conta: perché non mi danno, piuttosto, un feltro nuovo, quando lo sto chiedendo da tre mesi? Come si può prendere in bocca, senza ripugnanza questo feltro, succhiato e morso da più di cento uomini nell’agonia?” Il condannato aveva lasciato ricadere la testa e sembrava tranquillo, il soldato cercava di ripulire la macchina con la camicia buttata via. L’ufficiale avanzò verso l’esploratore; questi indietreggiò di un passo, come se temesse qualche cosa, ma l’ufficiale gli prese la mano e lo tirò in disparte. “Vorrei dirle una parola in confidenza”, disse. “Posso?” “Certo”, disse l’esploratore, e si fermò ad ascoltarlo, con gli occhi bassi. “Il processo e l’esecuzione che lei ha l’occasione di ammirare, non trovano più, nella nostra colonia, un solo aperto sostenitore. Io sono il loro unico difensore, e insieme l’unico legatario dell’eredità del vecchio comandante. Non posso nemmeno pensare a un ulteriore perfezionamento del processo, mentre mi occorrono tutte le mie forze per mantenere le cose come stanno. Quando viveva il vecchio comandante, la colonia era piena dei suoi partigiani. Io ho una parte della sua facoltà di persuasione, ma non la sua forza: di conseguenza i partigiani sono scomparsi, cioè, ce ne sono parecchi, ma nessuno osa confessarlo. Se lei oggi, giorno di esecuzione, entrasse nel caffè e tendesse l’orecchio, sentirebbe soltanto, forse, parole ambigue. Sono tutti partigiani del sistema; ma con questo comandante e le sue idee, non mi servono a niente. Ora, io le chiedo: è’ possibile che per colpa di questo comandante, e delle donne che lo influenzano, l’opera di una vita” – indicò l’apparecchio – “debba finire in niente? Si può permettere questo, anche se si rimane solo pochi giorni sulla nostra isola? Non c’è tempo da perdere, stanno tramando contro la mia giurisdizione. Nella sede del comando, si svolgono riunioni alle quali io non sono invitato; persino la sua visita mi sembra che abbia un significato particolare: non avendo il coraggio di fare altro, si manda avanti lei, uno straniero. Com’erano diverse le esecuzioni di una volta! Già alla vigilia, la valle era piena di gente che veniva a vedere. La mattina di buon’ora arrivava il comandante con le sue signore, le fanfare svegliavano l’intero accampamento, io annunciavo che tutto era pronto, la società – nessun funzionario importante poteva mancare – si disponeva intorno alla macchina: quel mucchio di poltroncine è un misero residuo di quei tempi. La macchina, appena finita di pulire, brillava; a ogni esecuzione, quasi, cambiavo dei pezzi. Sotto centinaia di sguardi – gli spettatori si alzavano sulla punta dei piedi, tutto intorno – il condannato veniva disteso sotto l’erpice dal comandante in persona. Quello che oggi fa un semplice soldato, era allora compito mio, in qualità di presidente di tribunale, e me ne consideravo onorato. A questo punto cominciava l’esecuzione! Non una stonatura disturbava il lavoro della macchina. C’era chi non guardava nemmeno più, preferendo sdraiarsi, a occhi chiusi, sulla sabbia. Tutti sapevano: ora si compie la giustizia. Nel silenzio si sentivano soltanto i sospiri del condannato, smorzati dal tampone. Oggi l’apparecchio strappa al condannato sospiri che il tampone riesce sempre a soffocare; allora, gli aghi del disegnatore stillavano un liquido corrosivo, di cui poi venne proibito l’impiego. Lasciamo perdere. Ma cos’era la sesta ora! Impossibile accontentare tutti quelli che volevano vedere più da vicino. Il comandante, nella sua saggezza, aveva disposto che la precedenza venisse data ai bambini; io, in ragione del mio compito, dovevo rimanere sempre lì vicino; spesso mi rannicchiavo con due bambini sulle braccia, uno per parte. Che cosa provavamo negli istanti in cui, su quel viso martirizzato, appariva un’espressione estatica! Come protendevamo le nostre guance al rifulgere di quella giustizia finalmente raggiunta e già svanente! Che tempi, amico!”. L’ufficiale sembrava dimenticare chi era la persona che gli stava davanti: aveva abbracciato l’esploratore e aveva posato la testa sulla sua spalla. L’esploratore, imbarazzato al massimo, guardava impaziente davanti a sé. Il soldato aveva finito di pulire e da un barattolo aveva versato la pappa di riso nella ciotola. Non appena il condannato, che sembrava completamente rimesso, se ne accorse, cominciò a tendere la lingua verso la pappa. Il soldato cercava di allontanarlo, la pappa era riservata a più tardi: ma a sua volta cacciava nella ciotola le sue mani sporche e mangiava davanti al condannato bramoso. L’ufficiale si riprese subito. “Non volevo cercare di convincerla”, disse, “so che è impossibile oggi, far capire quei tempi. Ma l’apparecchio continua a funzionare e parla da solo. Parla di per sé, anche se è isolato in questa valle. E il cadavere piomba sempre, alla fine, dopo un volo indicibilmente lieve, nella fossa, anche se intorno a questa non sciamano più, come un tempo, centinaia di mosche. Fummo costretti a recintare la fossa con un solido parapetto, ormai divelto da un pezzo”. L’esploratore, che voleva sottrarre il suo viso allo sguardo dell’ufficiale, si guardava in giro distratto. L’ufficiale credette che considerasse lo squallore della valle; gli prese le mani, e, girandogli intorno per incontrare i suoi occhi, disse: “Vede che vergogna?” L’esploratore non rispose. L’ufficiale si allontanò da lui; a gambe aperte, le mani sui fianchi, fissava il suolo, senza dire una parola. Poi rivolse all’esploratore un sorriso che voleva essere di incoraggiamento e disse: “Ieri le ero vicino, quando il comandante la invitò. Sentii le parole d’invito. Conosco il comandante, capii subito a cosa mirava. Benché abbia autorità sufficiente per agire contro di me, ancora non ha avuto il coraggio di farlo. Vuole invece sottopormi al suo giudizio, al giudizio di un illustre straniero. Il calcolo è sottile: lei si trova nell’isola da due giorni, non conosceva il vecchio comandante né il suo modo di pensare; ragiona secondo i princìpi europei, magari è un deciso avversario della pena di morte in generale e di simili esecuzioni meccaniche in particolare; vedrà che l’esecuzione avviene senza presenza di pubblico, in modo triste, su una macchina malandata… Considerato tutto questo, pensa il comandante, è molto probabile che lei non approvi il mio procedimento. E se non l’approva, continua a pensare il comandante, non passerà la cosa sotto silenzio, perché lei è un uomo che ha il coraggio delle sue opinioni. Ha visto e imparato a rispettare i costumi di molti popoli, non si esprimerà contro questo procedimento con la violenza di cui darebbe prova nel suo Paese: ma il comandante non chiede tanto. Basta lasciarsi andare una parola di sfuggita. Non è necessario che risponda alle sue convinzioni, basta che sembri favorire la sua tesi. Sono sicuro che l’interrogherà ricorrendo ad ogni astuzia. Le sue signore, sedute intorno, tenderanno l’orecchio. Lei dirà, mettiamo: ‘Da noi la procedura è diversa’ oppure ‘Da noi si usa interrogare l’accusato, prima di condannarlo’ oppure ‘Da noi ci sono altre pene oltre a quella di morte’ oppure ‘Da noi le torture sono esistite solo nel medioevo’. Considerazioni, ai suoi occhi, tanto rispondenti a verità quanto naturali, considerazioni inoffensive, che non toccano il mio sistema. Ma come le interpreterà il comandante? Mi sembra di vederlo, il buon comandante, respingere la sedia e correre al balcone, mentre le signore gli si precipitano dietro, mi sembra di sentire la sua voce: ‘Un grande esploratore dell’Occidente, incaricato di studiare l’ordinamento giudiziario dei vari paesi, ha detto un momento fa che i nostri provvedimenti giudiziari sono inumani. In seguito al giudizio di una tale personalità non mi è più possibile, naturalmente, tollerare questa procedura. Da oggi in avanti ordino… eccetera’. Lei vorrebbe precisare che non ha detto quello che lui proclama, che non ha chiamata inumana la mia procedura, è convinto, anzi, che essa è la più nobile e la più umana, inoltre ammira l’apparecchio. Niente da fare, troppo tardi: lei non arriva nemmeno al balcone affollato di signore: vuole richiamare l’attenzione, vuole gridare, ma una mano di donna le chiude la bocca – e io e l’opera del vecchio comandante siamo perduti”. L’esploratore dovette reprimere un sorriso: così facile era l’impresa che gli era sembrata tanto difficile. Disse evasivo: ‘Lei esagera la mia influenza. Il comandante ha letto la mia lettera di raccomandazione, sa che non sono un esperto di procedimenti giudiziari. Se esprimessi un’opinione, questa sarebbe l’opinione di un privato cittadino, non più importante di qualsiasi altra persona e, in ogni caso, assai meno importante di quella del comandante stesso, il quale, credo, ha poteri molto ampi su questa colonia. Se il comandante la pensa come lei dice, temo che la fine della procedura sia vicina, anche senza bisogno del mio modesto concorso”. L’ufficiale capiva? No, ancora non capiva. Scosse vivacemente il capo, si girò un attimo a guardare il condannato e il soldato, che sussultarono e smisero di mangiare il riso, si fece addosso all’esploratore e, fissando non il suo viso ma un punto della sua giacca, disse ancora con voce ancora più bassa di prima: “Lei non conosce il comandante: non si rende conto, scusi la franchezza, di quanto lei può, in confronto a lui e a noi: la sua influenza, mi creda, supera ogni possibile valutazione. Fui beato nel sentire che lei solo avrebbe assistito all’esecuzione. Quest’ordine del comandante avrebbe dovuto danneggiarmi, io invece lo volgo a mio favore. Senza essere turbato da insinuazioni e da occhiate di disprezzo, inevitabile se un pubblico numeroso fosse stato presente, lei ha ascoltato le mie spiegazioni, ha visto l’apparecchio e si prepara ora ad assistere all’esecuzione. Il suo giudizio si è di certo già formato: dovesse nascere ancora qualche incertezza, lo spettacolo dell’esecuzione la farà scomparire. Arrivati a questo punto, le chiedo: mi appoggi nei confronti del comandante!” L’esploratore non lo fece continuare. “E come potrei?” gridò. “E’ impossibile. Non posso né aiutarla né recarle danno”. “Lei può”, disse l’ufficiale. Con qualche apprensione, l’esploratore si accorse che l’ufficiale stringeva i pugni. “Lei lo può”, ripeté l’ufficiale con veemenza ancora maggiore. “Io ho un piano che deve riuscire. Lei crede che la sua influenza non basti: io so che basta. Ma ammettiamo che lei abbia ragione: non bisogna tentare di tutto, anche, faccio per dire, l’inutile, per cercare di salvare la procedura? Ascolti, ora, il mio piano. Per la sua attuazione è indispensabile che lei oggi, nella colonia, eviti di pronunciarsi sulla procedura. Se nessuno le chiede nulla, non si lasci scappare parola. In ogni modo, le sue dichiarazioni siano brevi e vaghe, dia l’impressione che le riesce difficile parlare della cosa, che è amareggiato, che, se dovesse parlare, dovrebbe uscire in imprecazioni. Io non le chiedo di mentire, nemmeno per idea. Basta che lei risponda con poche parole, per esempio: ‘Sì, ho visto l’esecuzione’ oppure ‘Sì, ho ascoltato tutte le spiegazioni. Solo questo, niente di più. Questo può spiegare, anche se non nel senso auspicato dal comandante, il suo aspetto contrariato. Il comandante, naturalmente, capirà a rovescio e interpreterà quanto lei ha detto a modo suo. Su questo equivoco si fonda il mio piano. Domani, sotto la presidenza del comandante, ci sarà nella sede del comando una grande riunione di tutti gli altri funzionari. Il comandante ha provveduto, naturalmente, a trasformare queste riunioni in uno spettacolo. E’ stata costruita una galleria, che è sempre piena di spettatori. Io non posso fare a meno di prendere parte al consiglio, ma tremo per il disgusto. Lei sarà certo invitato alla seduta. Se oggi si comporta secondo il mio piano, l’invito sarà fatto in forma di insistente preghiera. Se invece, per qualche motivo, non fosse invitato, chieda l’invito, lo otterrà sicuramente. Domani, dunque, lei siede in mezzo alle signore nel palco del comandante. Quello alza gli occhi di continuo, per accertarsi della sua presenza. Dopo la discussione di diversi argomenti, indifferenti e ridicoli, calcolati per il pubblico – quasi sempre si tratta di opere portuali! – si passa a trattare la procedura giuridica. Se il comandante non proponesse l’argomento o tardasse a farlo, ci penserò io. Mi alzerò e farò il mio rapporto sull’esecuzione di oggi. Poche parole, l’annuncio puro e semplice. Non è quella la sede per rapporti del genere, ma non importa. Il comandante mi ringrazierà, come sempre, con un sorriso cordiale, poi, incapace di trattenersi, approfitterà della buona occasione. ‘Abbiamo appena ascoltato, dirà press’a poco,’il rapporto sull’esecuzione. Da parte mia vorrei aggiungere che l’illustre esploratore, a loro tutti noto per l’onore eccezionale reso con la sua visita a questa colonia, ha assistito all’esecuzione; l’odierna riunione, aggiungo, acquista un significato particolare grazie alla sua presenza. Non vogliamo chiedere al grande esploratore cosa pensa dell’esecuzione tradizionale e della procedura relativa?’ Naturalmente, grandi applausi, il consenso è generale, io faccio più chiasso di tutti. Il comandante si inchina davanti a lei, e dice: ‘In questo caso, le porgo il quesito a nome di tutti. Lei, allora, si affaccia al parapetto. Vi appoggi sopra le mani, che siano visibili, altrimenti le signore gliele prenderanno e giocheranno con le dita. A questo punto, ha la parola. Non so come farò a resistere per tante ore. Nel suo discorso non abbia riguardo di nulla, urli la verità, si sporga in fuori, gridi, ma sì, gridi la sua opinione, la sua incrollabile opinione in faccia al comandante! Forse non è d’accordo, questi modi non convengono al suo carattere, nel suo Paese, in circostanze simili, ci si comporta diversamente: non importa, andrà bene lo stesso, rimanga pure a sedere, dica solo qualche parola, la mormori appena, basta che arrivi all’orecchio dei funzionari. Lasci andare la mancanza di pubblico, la ruota che stride, la cinghia strappata, il feltro schifoso, a questo penserò io; mi creda, se il mio discorso non farà scappare il comandante dalla sala, lo costringerà a inginocchiarsi e a balbettare: ‘Vecchio comandante, mi inchino davanti a te’. Questo è il mio piano: vuole aiutarmi ad attuarlo? Ma certo che lei vuole, lei deve, anzi”. L’ufficiale prese l’esploratore per le braccia e lo fissò negli occhi, ansimando. Aveva pronunciato le ultime frasi a voce così alta da richiamare l’attenzione del condannato e del soldato: quelli, anche se non potevano capire niente, smisero di mangiare e guardarono, masticando, l’esploratore. L’esploratore non aveva mai dubitato sulla risposta da dare. Sapeva troppo bene il fatto suo per avere dubbi, in quella situazione: era una persona leale e coraggiosa. Esitò un istante, alla vista del soldato e del condannato; poi, com’era suo dovere disse: “No”. L’ufficiale batté più volte, rapidamente, le palpebre, continuando a fissarlo. “Desidera una spiegazione?” chiese l’esploratore. L’ufficiale annuì, in silenzio. “Sono un avversario di questa procedura”, disse il viaggiatore. “Prima ancora che lei mi provasse la sua fiducia, fiducia di cui non abuserò in nessun caso, mi ero chiesto se avevo diritto di intervenire contro questa procedura, e se il mio intervento aveva una probabilità, sia pur minima, di successo. Non avevo dubbi sulla persona alla quale dovevo prima rivolgermi: era il comandante, naturalmente. Lei mi ha solo confermato nel mio convincimento, ma, ripeto, ero deciso in precedenza: l’onestà delle sue idee mi tocca, anche se non può distogliermi dal mio proposito”. L’ufficiale non disse una parola, si volse verso l’apparecchio, afferrò una delle sbarre di ottone e, chinandosi indietro, cominciò a guardare il disegnatore, quasi volesse verificare se tutto era in ordine. Il soldato e il condannato sembravano aver fatto amicizia; il condannato fece dei cenni al soldato, divincolandosi sul letto, il soldato si chinò verso di lui e accolse con un cenno di assenso alcune parole che quello gli mormorò. L’esploratore si avvicinò all’ufficiale, e disse: “Lei non sa cosa farò. Dirò al comandante il mio pensiero sulla procedura, non in una riunione, ma a quattr’occhi. Tra l’altro, non ho tempo di assistere a sedute: partirò o almeno mi imbarcherò domani mattina”. L’ufficiale non sembrò aver sentito. “Dunque la procedura non l’ha convinto”, disse tra sé con un sorriso, come un vecchio sorride alle sciocchezze di un bambino, pur continuando, dietro il suo sorriso, a seguire i suoi pensieri. “Via, è l’ora”, disse poi, fissando all’improvviso il viaggiatore con uno sguardo limpido, che sembrava contenere un nascosto appello. “Ora di che?” chiese inquieto l’esploratore; ma non ebbe risposta. “Sei libero”, disse l’ufficiale al condannato, parlandogli nella sua lingua. Questi, sulle prime, non ci credette. “Andiamo, ti ho detto che sei libero!” disse l’ufficiale. Per la prima volta, sul viso del condannato apparve un’espressione di autentica vita. Era proprio vero? O era un capriccio momentaneo dell’ufficiale? Il viaggiatore straniero gli aveva ottenuto la grazia? Cos’era successo? Sul suo viso passarono tutte queste domande: ma non durò a lungo. Qualunque cosa fosse, visto che poteva, voleva essere libero. Cominciò a dimenarsi, per quanto glielo consentiva l’erpice. “Mi strappi le cinghie!” gridò l’ufficiale. “Sta’ buono! Ora ti sleghiamo”. Fatto un cenno al soldato, si mise al lavoro. Il condannato, senza dire una parola, rideva piano tra sé, girando ora il viso a sinistra verso l’ufficiale, ora a destra verso il soldato, senza dimenticare l’esploratore. “Tiralo fuori!” ordinò l’ufficiale al soldato. L’operazione era delicata, a causa dell’erpice; per l’impazienza, il condannato si era già graffiato le spalle. Da questo momento, l’ufficiale non si curò più di lui. Si avvicinò all’esploratore, tirò fuori la piccola busta di pelle, vi frugò dentro, trovò il foglio che cercava e lo mostrò all’esploratore. “Legga”, disse. “Non ci riesco”, disse l’esploratore. “Ho già detto che non posso leggere questi fogli”. “Osservi il foglio con attenzione”, disse l’ufficiale stringendosi all’esploratore, per leggere insieme con lui. Quando ebbe visto che neppure questo serviva, con il mignolo cominciò a disegnare delle lettere sopra il foglio, come se non potesse neppure sfiorarlo, per facilitare la lettura. Il viaggiatore fece del suo meglio per compiacere, almeno in questo, l’ufficiale, ma non riuscì a niente. Allora l’ufficiale cominciò a sillabare l’iscrizione, poi la rilesse tutta. “‘Sii giusto!’, c’è scritto”, disse. “Ora potrà leggerlo”. Il viaggiatore si chinò tanto che l’ufficiale, temendo gli toccasse la carta, gliel’allontanò; non diceva niente, ma era evidente che non riusciva a leggere. “‘Sii giusto!’, c’è scritto”, ripeté l’ufficiale. “Può darsi”, disse il viaggiatore, “lo credo”. “Bene”, disse l’ufficiale, in parte almeno soddisfatto. Con il foglio in mano salì sulla scala, stese il foglio, con grandi precauzioni, nell’incisore, e sembrò cambiare completamente la disposizione del meccanismo. Era un lavoro faticoso, gli ingranaggi dovevano essere estremamente piccoli, se la testa dell’ufficiale a volte, durante il lavoro, spariva dentro il cofano. L’esploratore, dal basso, seguiva ogni fase del lavoro: alla fine il collo si irrigidì e gli occhi, sotto il cielo saturo di luce, cominciarono a fargli male. Il soldato e il condannato si occupavano dei fatti loro. Con la punta della baionetta il soldato aveva estratto dalla fossa la camicia e i calzoni del condannato. La camicia era sporca da far paura, e il condannato la lavò nel mastello. Quando ebbe indossato la camicia e i calzoni, sia lui, sia il soldato dovettero ridere, perché gli indumenti erano spaccati, dietro, da cima a fondo. Il condannato, che forse si sentiva in obbligo di divertire il soldato, girava su se stesso, mentre il compagno, accovacciato, rideva, dandosi colpi sulle ginocchia. Se non eccedevano, era per riguardo ai due signori. Quando l’ufficiale, in alto, ebbe finito, guardò ancora una volta, con un sorriso, il meccanismo, poi abbassò il coperchio fino a quel momento rimasto aperto, scese a terra, guardò nella fossa e poi verso il condannato, sembrò contento che quello avesse recuperato i suoi abiti, si accostò al mastello per lavarsi le mani e si accorse, troppo tardi, dell’acqua sudicia, si rattristò perché non poteva lavarsi, infine, sebbene non fosse la stessa cosa, cacciò le mani nella sabbia, doveva adattarsi, poi si mise in piedi e incominciò a sbottonarsi la giubba. Gli capitarono tra le mani i due fazzoletti da donna che aveva introdotto tra nuca e colletto. “Ecco i tuoi fazzoletti”, disse, gettandoli al condannato. E rivolto all’esploratore, come per spiegare: “Omaggio delle signore”. Nonostante la fretta con cui si tolse la giubba e poi si spogliò completamente, trattò ogni capo con grande attenzione, a un certo punto lisciò gli alamari d’argento e fece andare a posto, con una scossa, una nappina. Ma quando un indumento era ripiegato, con mossa sdegnosa lo gettava, nonostante tante precauzioni, nella fossa. Infine gli rimase solo la corta sciabola, con le sue cinghie. La sguainò, la spezzò, raccolse i due monconi, il fodero, le cinghie e scagliò via ogni cosa con tanta violenza, che si sentì il tintinnio in fondo alla fossa. Ora era nudo. Il viaggiatore si morse le labbra, e non disse nulla. Sapeva quello che sarebbe accaduto, ma non aveva il diritto di fermare in nessun modo l’ufficiale. Se la procedura penale di cui l’ufficiale era davvero sul punto di essere revocata, forse per l’intervento che il viaggiatore sentiva il dovere di compiere, la condotta dell’ufficiale era perfetta: il viaggiatore, al suo posto, non si sarebbe comportato diversamente. Soldato e condannato, sulle prime, non capirono nulla, non badarono, anzi, neppure a quello che succedeva. Il condannato era stato felice di avere riavuto i fazzoletti, ma la sua gioia non fu lunga, perché il soldato glieli tolse con una mossa rapida e imprevista. Ora cercava di sfilarglieli di sotto il cinturone, ma l’altro teneva gli occhi aperti. Litigavano dunque, un po’ per scherzo, un po’ sul serio, e si scossero solo quando l’ufficiale fu completamente nudo. Il condannato, in particolare, sembrò presentire un grande, repentino cambiamento. Quello che era capitato a lui, accadeva all’ufficiale. Forse le cose sarebbero arrivate fino in fondo. Forse l’ordine era partito dal viaggiatore straniero. Si trattava, dunque, di una vendetta. Sarebbe stato vendicato fino in fondo. Sul suo viso apparve, per non scomparire più, un largo, silenzioso sorriso. L’ufficiale si era rivolto all’apparecchio. Se anche era evidente la pratica che ne aveva, ora c’era da sbalordire, nel vedere come lo trattava e come quello obbediva. Appena accostata la mano all’erpice, questo prese ad alzarsi e ad abbassarsi, fino a prendere la posizione giusta per riceverlo. Toccò appena l’orlo del letto e quello cominciò a vibrare; il tampone di feltro mosse verso la sua bocca, l’ufficiale sembrò esitare un attimo a prenderlo, ma poi lo imboccò. Tutto fu pronto: le cinghie pendevano dalle parti, ma erano inutili, l’ufficiale non aveva bisogno di essere legato. Il condannato, viste le cinghie sciolte, dovette pensare che l’esecuzione non era perfetta se non venivano fissate, accennò vivacemente al soldato, e tutti e due corsero a legare l’ufficiale. Questi aveva allungato un piede per urtare il volante che doveva mettere in movimento il disegnatore; nel vedere sopraggiungere i due, lo ritirò e si lasciò legare. Ma così non poteva più raggiungere il volante: il soldato e il condannato non l’avrebbero trovato, e il viaggiatore, da parte sua, era deciso a non muoversi. Non importa: appena le cinghie furono fissate, l’apparecchio cominciò a lavorare, gli aghi danzarono sulla pelle, l’erpice si alzò e si abbassò. Il viaggiatore stava guardando da un pezzo, quando si ricordò che una ruota del disegnatore avrebbe dovuto stridere: ma il silenzio era perfetto, non si sentiva il minimo fruscio. Con il suo silenzioso lavoro l’apparecchio si sottraeva, letteralmente, all’attenzione. Il viaggiatore guardò il soldato e il condannato. Dei due, il più vicino era l’ultimo. Tutto lo interessava, nella macchina: si chinava, si allungava, aveva sempre qualcosa da indicare al soldato. Il viaggiatore si seccò. Era deciso a rimanere fino alla fine, ma non poteva più sopportare la vista di quei due. “Tornate a casa”, disse. Il soldato, forse, sarebbe stato d’accordo, ma il condannato prese l’ordine come una punizione. Supplicò, a mani giunte, di rimanere, e quando l’esploratore, scuotendo la testa, non mostrò di cedere, arrivò a inginocchiarsi. L’esploratore capì che gli ordini non servivano, e si accingeva a passare dall’altra parte per allontanare i due, quando sentì in alto, nel disegnatore, un rumore. Alzò la testa: dunque la ruota non si era quietata? Non era la ruota. Il coperchio del disegnatore si sollevò adagio, si spalancò. Emersero i denti di una ruota, divennero visibili, apparve la ruota intera, come se una possente forza comprimesse il disegnatore e per quel pezzo non ci fosse più posto, la ruota rotolò sull’orlo del disegnatore, precipitò, rotolò per un pezzo sulla sabbia, si fermò rovesciandosi. Su in alto ne emerse un’altra, seguita da grandi, piccole, addirittura invisibili – e si ripeté la stessa cosa. Quando si pensava che il disegnatore, ormai, dovesse essere vuoto, appariva un nuovo, complesso ingranaggio, saliva, ricadeva, rotolava sulla sabbia, giaceva immobile. In seguito a questo incidente, il condannato dimenticò l’ordine del viaggiatore: le ruote dentate lo affascinavano, avrebbe voluto prenderne una, incitava il soldato ad aiutarlo, ma ritirava impaurito la mano quando appariva una seconda ruota. Il viaggiatore era molto inquieto: l’apparecchio si stava sfasciando, il suo tranquillo movimento era solo un’apparenza. Gli sembrò suo dovere occuparsi dell’ufficiale, poiché questi non era più in grado di provvedere a se stesso. Tutto preso dalla caduta delle ruote, aveva trascurato il resto dell’apparecchio. Quando l’ultima ruota ebbe abbandonato il disegnatore, nel curvarsi sopra l’erpice provò una nuova e peggiore sorpresa: l’erpice non scriveva, incideva, il letto non faceva rotolare il corpo, ma lo sollevava, vibrando, contro gli aghi. L’esploratore volle intervenire, per cercare di fermare l’apparecchio: quello non era un supplizio come lo intendeva l’ufficiale, era un assassinio. Allungò le mani… E l’erpice si alzò di fianco, con il corpo trafitto, come faceva soltanto nella dodicesima ora. Il sangue scorreva attraverso un’infinità di rivoli, e era sangue puro, perché le piccole condutture dell’acqua non funzionavano. Ma il movimento conclusivo non riuscì, il corpo non si staccò dai lunghi aghi; il sangue continuava a fluire, e quello rimaneva sospeso nella fossa, senza cadere. L’erpice sembrò voler tornare nella sua posizione normale, poi, quasi sentisse di non essere ancora liberato del suo carico, rimase sopra la fossa. “Aiutatemi!” gridò l’esploratore al soldato e al condannato, mentre afferrava i piedi dell’ufficiale. Egli avrebbe tenuto fermi i piedi, gli altri avrebbero afferrato la testa, fino a liberare il corpo dagli aghi. Ma i due rifiutarono di avvicinarsi, il condannato girò addirittura le spalle. Il viaggiatore li dovette spingere a forza verso la testa dell’ufficiale; di cui poté, quindi, vedere il viso. Era rimasto com’era in vita, non mostrava neppure un segno della redenzione promessa. Non aveva trovato nell’apparecchio quello che avevano trovato tutti: le labbra erano serrate, gli occhi aperti sembravano vivi, e esprimevano una tranquilla persuasione, sulla fronte c’era il foro del gran puntale di ferro. Quando il viaggiatore, seguito dal soldato e dal condannato, arrivò alle prime case della colonia, il soldato ne indicò una e disse: “Ecco il caffè”. Un locale profondo e basso come una caverna, con le pareti e il soffitto anneriti dal fumo, si apriva sulla strada per tutta la larghezza della casa. Sebbene questa si distinguesse poco dalle altre della colonia – tutte, tranne il palazzo del comando, assai malridotte – il viaggiatore, di fronte a essa, sentì come l’impressione di un ricordo storico, sentì la presenza del passato. Si avvicinò, seguito dai due passò tra i tavoli posti sulla strada, respirò l’aria fresca e intanfita che veniva dall’interno. “Il vecchio è sepolto qui”, disse il soldato, “il prete gli ha negato un posto al cimitero. Rimasero un pezzo indecisi su dove seppellirlo, infine lo seppellirono qui. L’ufficiale le ha taciuto questo, perché se ne doveva vergognare a morte. Fece persino dei tentativi per disseppellire, di notte, il vecchio, ma fu sempre respinto”. “Dov’è la tomba?” chiese il viaggiatore, che non poteva credere al soldato. Il soldato e il condannato si allontanarono correndo, e indicarono il punto in cui doveva trovarsi la tomba. Portarono l’esploratore fino alla parete di fondo, dov’erano sedute alcune persone: forse scaricatori di porto, uomini robusti, dalle barbe corte, di un nero brillante. Erano senza giacca e mostravano le camicie strappate, povera, umile gente. Mentre l’esploratore si avvicinava, alcuni si alzarono e, addossati alla parete, rimasero a fissarlo. “E’ uno straniero”, si sussurrava intorno a lui, “vuole vedere la tomba”. Spostarono un tavolo, e sotto comparve davvero una pietra tombale. Era una semplice pietra, abbastanza bassa per sparire sotto il tavolo. I caratteri dell’iscrizione erano tanto minuti, che il viaggiatore dovette inginocchiarsi. L’epitaffio diceva: “Qui riposa il vecchio comandante. I suoi seguaci, che non possono ora dichiarare il loro nome, gli hanno scavato questa fossa e dedicato questa lapide. Una profezia dice che il comandante, tra un certo numero di anni, resusciterà, e da questa casa guiderà i suoi seguaci alla conquista della colonia. Abbiate fede e attendete!” Quando il viaggiatore si rialzò, vide che gli uomini lo circondavano sorridendo, come se avessero letto con lui l’iscrizione, l’avessero trovata ridicola, e lo invitassero a fare altrettanto. Il viaggiatore diede a vedere di non accorgersi di niente, distribuì alcune monete, aspettò che il tavolo venisse di nuovo posto sopra la tomba, lasciò il caffè e si avviò al porto. Il soldato e il condannato furono trattenuti nel caffè da alcuni conoscenti. Ma si liberarono in fretta: il viaggiatore era appena a metà della lunga scala che lo portava alla barca, che quelli già lo rincorrevano. Forse volevano costringerlo, all’ultimo momento, a prenderli con sé. Mentre il viaggiatore, in basso, discuteva con un barcaiolo il prezzo del passaggio fino al piroscafo, i due si precipitarono in silenzio per la scala. Ma quando furono in fondo, il viaggiatore era già sulla barca, e il barcaiolo stava sciogliendo l’ormeggio. Quelli avrebbero ancora potuto saltare nella barca, ma il viaggiatore alzò una pesante gomena piena di nodi e, minacciandoli, li fece desistere.

Il nuovo orizzonte della psichiatria carceraria

Un team di studiosi di Oxford, guidati dalla filosofa Rebecca Roache, ha proposto l’idea di utilizzare psicofarmaci e tecnologie simili al trasferimento mentale per ingannare il cervello di un detenuto e indurlo a pensare di essere stato in carcere per 1000 anni, anche se in realtà sono passate solo un paio d’ore.

Dopo lo shock iniziale, l’idea solleva una domanda interessante: la prigione mentale potrebbe essere un modo per far transitare la gente dalle prigioni in modo più veloce e risolvere il problema del sovraffollamento?

Quando ho posto la domanda all’esperto di giustizia penale David Muhlausen, si è mostrato riluttante a spingersi così oltre. “Penso che dovremmo essere cauti con questo approccio,” mi ha detto.” Non ci sarà una bacchetta magica per risolvere il problema di quante persone mettiamo in prigione.” Se non altro perché, quando usciranno, per i familiari delle vittime sarà passato appena un mese o giù di lì.

Ma passiamo ai numeri. Negli Stati Uniti, per esempio, ci sono circa 2,4 milioni di persone dietro le sbarre. Più di qualsiasi altro paese al mondo. Da quando la “guerra alla droga” ha avuto inizio, la popolazione carceraria è aumentata del 700 percento. Ospitare e nutrire i detenuti costa ai contribuenti 51 miliardi dollari all’anno per i soli reati legati alla droga. È un problema per cui gli USA sono alla disperata ricerca di una soluzione.

“Ci sono un sacco di persone in carcere, spacciatori di basso livello, che probabilmente non hanno bisogno di stare in prigione, e che sarebbero di migliore utilità se sottoposte a un altro tipo di trattamento,” ha detto Muhlhausen.

Quindi, utilizzare le tecnologie mediche per rivoluzionare la detenzione potrebbe essere una soluzione? In un’intervista con Aeon Magazine, Roache ha detto che alcuni farmaci psicoattivi potrebbero fare “sentire qualcuno come se stesse scontando una condanna a mille anni.” Ha anche parlato di estensione artificiale della vita.

Molti farmaci psicoattivi, anche quelli ben noti come l’acido lisergico e i funghi allucinogeni, provocano la dilatazione della percezione del tempo. Visto che il tempo è relativo, questi farmaci possono influenzare il meccanismo con cui i nostri neuroni interagiscono tra loro, in modo tale da farci credere che le ore stiano scorrendo molto più lente. Di conseguenza, alcuni farmaci psicoattivi (non ancora sviluppati) potrebbero gettare i carcerati in una esperienza allucinatoria, simile a un sogno, nella quale vivono settimane ininterrotte di prigione mentale.

Roache ha proposto anche un’altra soluzione: fare un upload di un software di “prigionia” nel cervello. Se si potesse trasferire il cervello di un detenuto in un computer, si potrebbe modulare l’interazione tra i neuroni in modo da far vivere una persona per sempre. Chi vive a tempo indeterminato può essere punito a tempo indeterminato. Un gioco di realtà virtuale dal quale non si può più uscire.

Teoricamente, potremmo punire le persone in modo rapido in una realtà virtuale che dura solo per un giorno o due, ma Muhlhausen ha detto che non è così semplice come sembra. Secondo lui, uno dei principali vantaggi della carcerazione è l’allontanamento delle persone violente dalle strade.

Viceversa, i delinquenti non violenti—cioè persone che fanno male soprattutto a se stesse—probabilmente non dovrebbero neppure vederla la prigione, ha proseguito. “Le carceri sono una risorsa scarsa e noi dobbiamo prima di tutto incarcerare gli individui peggiori.”

L’altro problema dei farmaci di prigionia mentale è che non sono mai stati testati prima d’ora, e quindi non sappiamo nulla su eventuali effetti collaterali a lungo termine. “Esistono effetti collaterali che non conosciamo? Quanto tempo ci servirebbe per scoprirlo?” ha chiesto Muhlhausen.

Chiunque abbia mai trascorso del tempo nella cella di una prigione sa quanto diventi claustrofobica e terribile dopo appena un paio di giorni. Immaginate cosa potrebbe succedere alla mente di chi ci passa una mezza eternità.
Roache sostiene che armeggiare con la mente per modificare il sistema carcerario sembra un’idea spaventosa solo perché è una novità. In ogni caso, non è così facile da accettare. Immaginate un mondo in cui le strade brulicano di ex-detenuti mezzi lobotomizzati sui quali abbiamo deciso di fare un paio di esperimenti. A quel punto, chi si sognerebbe di imprigionarli di nuovo? Chi può biasimarli per le loro azioni, dopo che le loro menti sono state ingannate per far credere loro di essere stati rinchiusi per un millennio?

Giusto per restare in tema di lobotomia, è un bene ricordare che risolvere i problemi mettendo sottosopra il cervello non è affatto una buona idea. Gli Stati Uniti hanno effettuato più lobotomie di qualsiasi altro paese, circa 40.000, prima di abbandonare la pratica quando le autorità nazionali si sono accorte che stava ammazzando la gente e rovinando la vita di chi riusciva a sopravvivere.

Anche l’isolamento forzato, che è ancora molto comune al giorno d’oggi, ha gravi conseguenze psicologiche, come rivela uno studio del 2006 pubblicato sul Washington University Journal of Law & Policy. “L’individuo diventa sempre più incapace di elaborare stimoli esterni, e spesso diventa ‘iper-responsivo’,” afferma la ricerca. Immaginate cosa potrebbe succedere a una persona che finisce in isolamento mentale per una decina di secoli.

Per quanto riguarda la simulazione di una detenzione assurdamente prolungata, come forma di punizione estrema per persone che hanno commesso “supercrimini,” esistono molti svantaggi. “Potremmo farlo,” ha detto Muhlhausen. Ha spiegato che potremmo anche prendere qualcuno dal braccio della morte e farlo annaspare in 1.000 anni di tormento per avere brutalmente ucciso una dozzina di persone, ma forse un’intera vita in carcere sarebbe già piuttosto dura.

Chiunque abbia mai trascorso del tempo nella cella di una prigione sa quanto diventi claustrofobica e terribile dopo appena un paio di giorni. Immaginate cosa potrebbe succedere alla mente di chi ci passa una mezza eternità.

http://motherboard.vice.com/it/read/mille-anni-di-prigione-mentale-con-droga?trk_source=popular

La Yakuza assume senzatetto per ripulire Fukushima

Quasi tre anni dopo il terremoto e lo tsunami che hanno causato il più grande disastro nucleare degli ultimi decenni, il Giappone è ancora agli inizi del suo massiccio sforzo di pulizia a Fukushima. A portare avanti le operazioni di smaltimento all’interno della zona di fallout è un esercito di lavoratori pagati 60 dollari al giorno per decontaminare la regione.

Ora, dove le trovi delle persone disposte a lavorare in una zona di fallout per una paga minima? Secondo un rapporto della Reuters, nascoste tra le centinaia di appaltatori che lavorano alle operazioni di pulizia ci sono controllate aziende controllate dalla Yakuza che pagano cacciatori di teste incaricati di trovare dei senzatetto disposti a lavorare all’interno dell’area contaminata.

La portata dello operazioni di pulizia è sconcertante. Mentre la decontaminazione della centrale di Fukushima costerà decine di miliardi e durerà anni, per le aree circostanti alla prefettura di Fukushima i costi di pulizia potrebbero raggiungere i 30 miliardi. E visto che la Tokyo Electric Power Co. (Tepco), proprietaria della centrale di Fukushima, in sostanza è stata nazionalizzata, la Reuters stima che ci siano circa 35 miliardi di dollari di tasse dei contribuenti messe sul tavolo degli appaltatori.

Un dettaglio che ha trasformata la pulizia di Fukushima in una sorta di industria del boom, con tutta una serie di personaggi loschi che cercano di papparsi un pezzo della torta. Ecco alcuni punti salienti del rapporto della Reuters, che vale sicuramente la pena leggere per intero.

Affiliati della criminalità organizzata giapponese sono stati arrestati tre volte quest’anno “con l’accusa di infiltrazione nella rete di subcontraenti per la decontaminazione del gigante delle costruzioni Obayashi Corp e di assegnazione illegale di lavoratori al progetto finanziato dal governo,” i quali in alcuni casi erano senzatetto assunti da reclutatori pagati per ogni lavoratore a salario minimo che riuscivano ad assoldare.

Obayashi, la seconda più grande impresa di costruzioni del Giappone, non è accusata di illeciti. I subappaltatori implicati negli arresti erano tre aziende allontanate dalla stessa Obayashi. Come è successo tutto ciò? Ci sono centinaia di aziende coinvolte nelle operazioni di pulizia e il monitoraggio è carente.

Il numero totale di imprese che hanno beneficiato di fondi pubblici non è stato divulgato. “Ma nelle dieci città più contaminate e su una autostrada che corre a nord oltre i cancelli delle rovine della centrale di Fukushima,” si legge nella relazione, “Reuters ha scoperto che 733 aziende stavano eseguendo lavori per conto del Ministero dell’Ambiente, secondo i termini contrattuali parziali rilasciati dal ministero lo scorso agosto in ottemperanza con la legge nazionale.

Reuters ha scoperto 56 subappaltatori che non potrebbero gestire appalti pubblici perché non possiedono i requisiti imposti dalla legge giapponese sulle costruzioni. Cinque delle aziende incluse nella lista degli appaltatori di pulizia stilata dal Ministero dell’Ambiente giapponese neppure esistevano.

Vista la portata senza precedenti del progetto, e l’urgenza che lo ha contraddistinto fin dai primi giorni, è prevedibile che sarà prodotta un certa quantità di rifiuti. Dopo tutto, trovare imprenditori con esperienza che si facciano concorrenza l’uno con l’altro è molto più facile per un appalto stradale che per uno di pulizia di un disastro nucleare. Tuttavia, il pantano degli appaltatori poco trasparenti e la totale mancanza di controllo descritta da Reuters è inquietante.

A dirla tutta, la mancanza di controllo forse non è poi così sorprendente. Un precedente rapporto della Reuters era praticamente giunto alle stesse conclusioni: la stagnazione dei salari e la mancanza di lavoratori disposti a prendere parte alle operazioni di pulizia, centinaia di subappaltatori hanno riempito i buchi facendo affidamento su reclutatori disposti a trovare forza lavoro di qualsiasi tipo.

Il problema di monitoraggio non è limitato solo al lavoro: all’inizio di quest’anno, l’Autorità giapponese per la sicurezza nucleare (NRA) ha declassato il disastro di Fukushima al suo peggior livello dopo il picco iniziale del post-terremoto. È successo non appena è stato scoperto che nella centrale i serbatoi temporanei per lo stoccaggio di rifiuti radioattivi avevano subito delle perdite. Già allora, la NRA ha detto che non era più tanto certa che il Giappone avrebbe potuto gestire la pulizia con le sole proprie forze.

“La situazione attuale è arrivata a un punto tale che una maggiore sorveglianza non sarà sufficiente a prevenire gli incidenti,” aveva detto ai giornalisti il presidente dell’NRA Shunichi Tanaka. “Il nostro compito adesso è quello di ridurre il rischio che questi incidenti diventino fatali.”

Oltre alle perdite dai serbatoi di stoccaggio, nel sito di Fukushima sono avvenute altre perdite massicce, in gran parte nel Pacifico. Al centro di questi problemi c’è Tepco, che rimane l’autorità di controllo per la decontaminazione dei reattori della centrale, e che ha sempre fallito nel tentativo di rispondere a standard appropriati, anche a seguito di iniezioni di denaro pubblico per miliardi di dollari.

Nel mese di ottobre, il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha detto che il suo paese era aperto a ricevere assistenza internazionale, la quale è arrivata dopo una serie di chiamate internazionali ad hoc. Non è ancora chiaro quale forma potrebbe assumere, ma la presenza di un’autorità più forte alla supervisione del progetto potrebbe essere d’aiuto. Che si tratti della centrale nucleare o della prefettura circostante, è sempre più chiaro il fatto che il governo giapponese abbia dimostrato una grave mancanza di controllo della pulizia di Fukushima.

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