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Il nuovo orizzonte della psichiatria carceraria

Un team di studiosi di Oxford, guidati dalla filosofa Rebecca Roache, ha proposto l’idea di utilizzare psicofarmaci e tecnologie simili al trasferimento mentale per ingannare il cervello di un detenuto e indurlo a pensare di essere stato in carcere per 1000 anni, anche se in realtà sono passate solo un paio d’ore.

Dopo lo shock iniziale, l’idea solleva una domanda interessante: la prigione mentale potrebbe essere un modo per far transitare la gente dalle prigioni in modo più veloce e risolvere il problema del sovraffollamento?

Quando ho posto la domanda all’esperto di giustizia penale David Muhlausen, si è mostrato riluttante a spingersi così oltre. “Penso che dovremmo essere cauti con questo approccio,” mi ha detto.” Non ci sarà una bacchetta magica per risolvere il problema di quante persone mettiamo in prigione.” Se non altro perché, quando usciranno, per i familiari delle vittime sarà passato appena un mese o giù di lì.

Ma passiamo ai numeri. Negli Stati Uniti, per esempio, ci sono circa 2,4 milioni di persone dietro le sbarre. Più di qualsiasi altro paese al mondo. Da quando la “guerra alla droga” ha avuto inizio, la popolazione carceraria è aumentata del 700 percento. Ospitare e nutrire i detenuti costa ai contribuenti 51 miliardi dollari all’anno per i soli reati legati alla droga. È un problema per cui gli USA sono alla disperata ricerca di una soluzione.

“Ci sono un sacco di persone in carcere, spacciatori di basso livello, che probabilmente non hanno bisogno di stare in prigione, e che sarebbero di migliore utilità se sottoposte a un altro tipo di trattamento,” ha detto Muhlhausen.

Quindi, utilizzare le tecnologie mediche per rivoluzionare la detenzione potrebbe essere una soluzione? In un’intervista con Aeon Magazine, Roache ha detto che alcuni farmaci psicoattivi potrebbero fare “sentire qualcuno come se stesse scontando una condanna a mille anni.” Ha anche parlato di estensione artificiale della vita.

Molti farmaci psicoattivi, anche quelli ben noti come l’acido lisergico e i funghi allucinogeni, provocano la dilatazione della percezione del tempo. Visto che il tempo è relativo, questi farmaci possono influenzare il meccanismo con cui i nostri neuroni interagiscono tra loro, in modo tale da farci credere che le ore stiano scorrendo molto più lente. Di conseguenza, alcuni farmaci psicoattivi (non ancora sviluppati) potrebbero gettare i carcerati in una esperienza allucinatoria, simile a un sogno, nella quale vivono settimane ininterrotte di prigione mentale.

Roache ha proposto anche un’altra soluzione: fare un upload di un software di “prigionia” nel cervello. Se si potesse trasferire il cervello di un detenuto in un computer, si potrebbe modulare l’interazione tra i neuroni in modo da far vivere una persona per sempre. Chi vive a tempo indeterminato può essere punito a tempo indeterminato. Un gioco di realtà virtuale dal quale non si può più uscire.

Teoricamente, potremmo punire le persone in modo rapido in una realtà virtuale che dura solo per un giorno o due, ma Muhlhausen ha detto che non è così semplice come sembra. Secondo lui, uno dei principali vantaggi della carcerazione è l’allontanamento delle persone violente dalle strade.

Viceversa, i delinquenti non violenti—cioè persone che fanno male soprattutto a se stesse—probabilmente non dovrebbero neppure vederla la prigione, ha proseguito. “Le carceri sono una risorsa scarsa e noi dobbiamo prima di tutto incarcerare gli individui peggiori.”

L’altro problema dei farmaci di prigionia mentale è che non sono mai stati testati prima d’ora, e quindi non sappiamo nulla su eventuali effetti collaterali a lungo termine. “Esistono effetti collaterali che non conosciamo? Quanto tempo ci servirebbe per scoprirlo?” ha chiesto Muhlhausen.

Chiunque abbia mai trascorso del tempo nella cella di una prigione sa quanto diventi claustrofobica e terribile dopo appena un paio di giorni. Immaginate cosa potrebbe succedere alla mente di chi ci passa una mezza eternità.
Roache sostiene che armeggiare con la mente per modificare il sistema carcerario sembra un’idea spaventosa solo perché è una novità. In ogni caso, non è così facile da accettare. Immaginate un mondo in cui le strade brulicano di ex-detenuti mezzi lobotomizzati sui quali abbiamo deciso di fare un paio di esperimenti. A quel punto, chi si sognerebbe di imprigionarli di nuovo? Chi può biasimarli per le loro azioni, dopo che le loro menti sono state ingannate per far credere loro di essere stati rinchiusi per un millennio?

Giusto per restare in tema di lobotomia, è un bene ricordare che risolvere i problemi mettendo sottosopra il cervello non è affatto una buona idea. Gli Stati Uniti hanno effettuato più lobotomie di qualsiasi altro paese, circa 40.000, prima di abbandonare la pratica quando le autorità nazionali si sono accorte che stava ammazzando la gente e rovinando la vita di chi riusciva a sopravvivere.

Anche l’isolamento forzato, che è ancora molto comune al giorno d’oggi, ha gravi conseguenze psicologiche, come rivela uno studio del 2006 pubblicato sul Washington University Journal of Law & Policy. “L’individuo diventa sempre più incapace di elaborare stimoli esterni, e spesso diventa ‘iper-responsivo’,” afferma la ricerca. Immaginate cosa potrebbe succedere a una persona che finisce in isolamento mentale per una decina di secoli.

Per quanto riguarda la simulazione di una detenzione assurdamente prolungata, come forma di punizione estrema per persone che hanno commesso “supercrimini,” esistono molti svantaggi. “Potremmo farlo,” ha detto Muhlhausen. Ha spiegato che potremmo anche prendere qualcuno dal braccio della morte e farlo annaspare in 1.000 anni di tormento per avere brutalmente ucciso una dozzina di persone, ma forse un’intera vita in carcere sarebbe già piuttosto dura.

Chiunque abbia mai trascorso del tempo nella cella di una prigione sa quanto diventi claustrofobica e terribile dopo appena un paio di giorni. Immaginate cosa potrebbe succedere alla mente di chi ci passa una mezza eternità.

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